Addii. Luigi Fagetti. Avvocato: giornalista e scrittore

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Luigi Fagetti [1933–2021] è scomparso martedì sera, 26 gennaio: era un caro amico. In pochi giorni – davvero un brevissimo tempo – se n’è andato lasciando nella costernazione più profonda l’amatissima moglie Magda, figli e nipoti e i tanti, tantissimi amici. Noi, come tutti, ne abbiamo apprezzato la capacità di saper coinvolgere gli altri e in tanti ne ricorderanno le doti professionali e umane e la volontà di essere cittadino consapevole e attento, disponibile e capace di appassionare.
Dopo tanti anni di frequentazione ci si accorge di quanto ancora ci sarebbe stato da dire, da chiacchierare e anche da discutere: Luigi era sempre disponibile al confronto. Sapeva aprirsi e confidarsi e anche ascoltare.
Lo abbiamo frequentato spesso da quando abbiamo cominciato a collaborare, per la pubblicazione di qualche volume, non solo i suoi, ma anche quelli della consorte Magda e del mai dimenticato suocero Giordano Azzi di cui si consideravano custodi della memoria.
Abbiamo scelto di ricordarlo attraverso le sue parole, testimonianza viva di quell’entusiasmo giovanile che non l’ha mai abbandonato, nemmeno nell’età avanzata della saggezza.

Fabio Cani e Gerardo Monizza

«Ho fatto l’avvocato avendo iniziato a fare il giornalista. Non so se ho scelto bene o meno: ero giovane, molto giovane, e credo di aver deciso guardando non al futuro prossimo, ma inseguendo una idea di professione che mi ero fatta.
Della avvocatura, in realtà, non conoscevo niente; ma mi attirava l’idea di una professione liberale in cui giocare, da battitore libero (“cane sciolto” era l’immagine cui sovente ricorrevo), le mie carte: oltre a scrivere, parlare, relazionarmi alle persone, alle problematiche, ai processi, con un campo di azione sempre nuovo e stimolante.
Devo dire che, allora, essere avvocato aveva ancora un notevole fascino, e generalmente chi lo era godeva di una posizione ancora invidiabile nella scala sociale. Non più oggi, nel generale declino di tutte le libere professioni, ridotte e incasellate oramai nell’ambito e alla stregua di un qualsiasi servizio.
Se avessi optato per restare al giornale mi avrebbero aspettato una strada e una vita professionali che conoscevo. Non avrei spiccato alcun volo, come sognano i giovani non timorosi.
La mia esistenza, in un certo senso, si sarebbe stabilizzata (ma anche fossilizzata) alla redazione del giornale.
Con il caporedattore Gilardi – pignolo e sospettoso quanto altri mai – che controllava tutto, ogni rigo che andava in stampa; Soldani, bonario ed espansivo con tutti, che mi incoraggiava a osare quando scrivevo; gli amici Dario, Gagliardi e Longatti, quest’ultimo molto più avanti di me nella giovanile esperienza di giornalista, sia perché all’“Ordine” aveva (essendo più colto e preparato di me) la pontificale approvazione del professor Francesco Casnati, del quale era discepolo prediletto; sia perché già lavorava al “Corriere della Provincia”, con collaborazioni anche a “La Notte” e al “Corriere della Sera”. Per me un modello da seguire, e difficile da emulare (diventato poi quello che tutti conoscono e apprezzano, dopo una lunga e luminosa carriera a “La Provincia” e collaborazioni molteplici a riviste culturali).
E, soprattutto, don Peppino Brusadelli, il dispotico Direttore, riconosciuto universalmente (anche a Roma) per la sua intelligenza lucida, ma anche per la passione politica; dotato inoltre di una padronanza assoluta di eloquio, avrebbe spopolato, ai giorni odierni, anche in un talk-show.
Nelle mia scelta, credo di aver tradito le aspettative che proprio don Peppino aveva riposto in me. Andò così. All’“Ordine”, durante gli anni dell’università, oltre a studiare e altre cose che pur riuscivo a fare, mi ero cimentato come corsivista, avendo una mia rubrica (“Finestra”, a firma Falù) con cadenza libera, pseudosettimanale; inoltre con l’amico Catania, critico d’arte, curavo la terza pagina (anche con qualcosa di mio, che impudicamente affiancavo a firme come Casnati, Papini, Apollonio ecc.).
Quando mi laureai in giurisprudenza – avevo poco più di ventidue anni – portai la notizia a don Peppino, il quale si felicitò e aggiunse: «Adesso ti assumo». Lì per lì rimasi zitto, anche perché francamente non me lo aspettavo. Poi presi coraggio e risposi: «Ma io non voglio fare il giornalista». Don Peppino, di fronte a questo no, rimase sorpreso e anche male: si arrabbiò, cominciò a protestare («E io che…») e quindi mi chiese: «Che cosa vuoi fare allora?». Con un filo di voce dissi: «L’avvocato». Continuò a borbottare con evidente contrarietà poi sbottò: «Va beh, se vuoi fare l’avvocato allora vai dove ti dico io». Detto e fatto – io sempre più intimidito e confuso –: alzò la cornetta del telefono e si mise in contatto con un certo Lorenzo Spallino, avvocato e ministro della Repubblica Italiana.
Neppure dieci raccomandazioni influenti avrebbero potuto procurarmi un posto così.
La prova la ebbi subito dopo, quando mi presentai presso lo studio Spallino. Non c’era posto dove collocarmi, almeno fisicamente; i collaboratori – non il figlio Spallino – mi guardavano con sufficienza, forse con diffidenza («Come e da dove è stato catapultato questo qui?»). La Jole, mitica segretaria allora e per diversi decenni ancora, mi fece entrare nello studio del senatore e ministro, che era l’unico vuoto perché quasi per l’intera settimana a Roma, per via degli impegni dovuti all’importante carica.
Quando uscii dalla stanza, e mi trovai solo, rimasi come impietrito al cospetto di una scrivania tanto importante (con un telefono verde, in linea diretta con i ministeri).
Mi misi su di una sedia timidamente e mi sistemai alla bell’e meglio sull’altro lato della scrivania; al momento rimpiansi il vociare e la confusione degli uffici della redazione del giornale.
Così cominciò la mia nuova vita professionale. […]

Tratto da Finestre di città. La Como che ho visto e la Como che vorrei, una ricca raccolta dei suoi scritti, edita da NodoLibri nel 2014.