Addii. “Il lascito morale di Federico Roncoroni”

580

Un ritratto di Federico Roncoroni (1944-2021) a cura di Vincenzo Guarracino

Se c’è una formula sotto cui racchiudere la vita e l’opera di Federico Roncoroni, questa è sicuramente l’“etica del fare”, di un modo di essere che, se per comodità si può definire “lombarda”, è un dato antropologicamente caratteristico di quanti sanno che il lavoro, l’amore per il lavoro, per l’”opera”, materiale o intellettuale che sia, costituisce un valore essenziale, salvifico addirittura, in ogni campo della vita, al punto da funzionare contagiosamente come esempio per tutti, diffondendo i suoi benefici effetti non solo su chi con determinazione lo pratica anche sugli altri che lo circondano.
Roncoroni la sua “avventura” attraverso le parole, attraverso il suo “romanzo di parole”, la sintetizza così in apertura di Sillabario della memoria:
“Sono convinto che le parole, se non possono salvarti la vita tout court, ti salvano senz’altro la vita che hai mentre sei vivo: la vita che hai vissuto e che ami, la vita dei ricordi che hai coltivato con tanta passione. E che a partire da un certo momento diventa, se non la tua unica vita, la tua vita vera”.
Come dire che è il lavoro che ti fa sentire autenticamente “vivo”, che diventa anzi “la tua vita vera” e “ti salva”: è questo che nel “viaggio sul filo delle parole”, in cui pensiamo di poter sintetizzare il senso stesso della personalità di Roncoroni, il “lavoro” intellettuale acquista un valore essenziale e catartico, salvifico.
Dinanzi a siffatte affermazioni non si fa fatica ad applicare a lui il giudizio con cui Italo Calvino, parlando del suo Maestro, di Cesare Pavese, ne additava come lezione fondamentale “la fierezza di lavoratore provetto e instancabile”, la sua capacità di “veder come la cultura del letterato e la sensibilità del poeta” siano state capaci di trasformarsi “in lavoro produttivo, in valori messi a disposizione del prossimo, in organizzazione e commercio d’idee, in pratica e scuola di tutte le tecniche in cui consiste una civiltà culturale moderna”.
È in questi termini che si possono definire attitudini e atteggiamenti di Roncoroni nel sistema dei suoi rapporti intellettuali: come un’”etica della responsabilità”, verso se stessi e verso gli altri, quale è quella che secondo il filosofo tedesco Hans Jonas consente all’individuo di perseguire e realizzare nella società un modello concretamente propositivo, in giusto equilibrio tra il “principio speranza” di Ernst Bloch e il “principio disperazione” di Günther Anders.
Personalità ricca e complessa, di questa etica Roncoroni ne ha fatto senza ostentazione una divisa di vita, tanto nell’ambito della sua vita intellettuale, dei suoi studi cioè e della scrittura, quanto nel sistema dei rapporti, nel modo di essere disponibile, propositivo e stimolante verso amici e collaboratori, a tutti offrendo e generosamente sollecitando occasioni di impegno e collaborazione.
Ansioso di conoscere, di capire e di fare, e responsabilmente impegnato in un lavoro in continuo divenire, “interminabile” nella più pura accezione freudiana, Roncoroni incarna un modello di intellettuale, che come pochi altri sa, al pari delle gru di Plinio il Vecchio, “volare alto per guardare lontano”, con metafora quanto mai suggestiva per un lariano. Instancabile e al tempo stesso sereno, giusto l’ammonimento di Leonardo di un celebre “pensiero”, ossia “Non si volta chi a stella è fiso”.