Addii. Dario Fo: Grande uomo di teatro

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Dario Fo è morto a Milano. L’Italia perde uno dei personaggi della cultura più liberi e discussi

Dario Fo è morto. Vien da ridere a pensarci, ma è – invece – una cosa seria, reale, vera. Niente colpo di scena; niente teatro. Questa è la vita.

Si dirà che dopo di lui sarà il vuoto, che artisti della sua levatura non ce ne sono più, che la sua forza interpretativa è inimitabile. Vero e anche sbagliato. Perché Dario Fo non rappresentava il teatro “italiano”, ma solo se stesso su un palcoscenico; è stato un grande interprete e la sua lunga vita (è morto avendo superato da qualche mese i novant’anni) è stata la rappresentazione di un personaggio: il suo.

Voler bene a Dario Fo è anche ammetterne limiti e caratteristiche. Nasce figlio di ferroviere (con la passione del teatro) e si diploma pittore all’Accademia di Brera, ma la sua vena estetica passa subito dal figurativo alla favola e arriva alla satira. Quello era il suo campo di lavoro ovvero il suo spazio vitale. Sberleffeggiare (se si può dire) in radio, poi a teatro infine in televisione lo ha reso tanto celebre quanto censurabile.

Dario Fo era così. Prendere o lasciare. Autore di oltre cento testi teatrali non ha avuto il Nobel (1999) per il livello della sua scrittura drammaturgica bensì per la capacità di “dileggiare il potere restituendo la dignità agli oppressi”. Parola di Accademici svedesi.

Ha scritto libri e testi (110,18) in misura maggiore di Shakespeare (39,6), Molière (36), Goldoni (130, 18, 80), Pirandello (43,30, 50) ed Eduardo De Filippo (34, 14, 15) tanto per citarne alcuni di sommi, ma la sua opera immensa era e resterà “Mistero buffo”. Se il teatro di Fo era discutibile, spesso “datato” e talvolta neanche divertente, “Mistero buffo” è un’idea straordinaria di spettacolo, teatro, scrittura, ricerca e di coinvolgimento del pubblico.

Il “politico” Dario Fo era sfacciato e ondivago. Capace di passare attraverso innumerevoli fronti (sempre fissati in area di sinistra), per poi arrivare a Grillo, Casaleggio e i Cinquestelle. Una scelta senile? Cinquant’anni fa nessuno avrebbe potuto immaginarlo, ma la vita è anche cambiamento.

Il “pittore” Dario Fo aveva un talento naturale (per forme e colori), ma un’incostanza espressiva che non poteva sostenerlo in una ricerca specifica formale e di contenuti. Anche sulla tela e sulla carta Dario Fo era libero da legacci critici e lontano da scuole o combriccole (l’amico Gillo Dorfles, 106anni, lo considera “solo” un ottimo dilettante).

Il teatrante (senza virgolette) Dario Fo ha percorso strade parallele: quella della rivista (divertimento e denuncia, ma leggera con la moglie e grandissima Franca Rame); poi della denuncia (anche incapace di risolvere le questioni poste come in “Morte accidentale di un anarchico”); poi ancora della satira politica (che tuttavia coglieva solo l’aspetto esteriore dei personaggi: il “piccolo” Fanfani, il “gobbo” Andreotti, lo “scheletrico” La Malfa fino al “nano” Brunetta che si è offeso e l’ha pure e giustamente denunciato…). Infine (veramente a metà strada) “Mistero buffo” che dal 1969 ha avuto migliaia di repliche (in Italia e nel mondo) e tante varianti e abbellimenti e riscritture.

Una lingua nuova per un teatro semplice, diverso, divertente, popolare. Intelligente e satirico; equilibrato e colto.

Dario Fo là in mezzo, solo, sul palcoscenico, sui tavolacci, in mezzo ad una piazza, nel cortile di una scuola, tra i macchinari – fermi – di una fabbrica occupata fino alla Palazzina Liberty diventata (negli anni Settanta sede della sua compagnia La Comune) una sorta di cattedrale laica dove si son celebrate migliaia di rappresentazioni (il video Rai viene da lì).

Vidi la prima volta “Mistero buffo” a Milano, per caso, nell’ottobre del 1969. Passavo per corso di Porta Vittoria e riuscii ad intrufolarmi nella sala stracolma della Camera del Lavoro. Comprai l’ultimo biglietto disponibile per quella sera. Era la prima milanese di uno spettacolo che, poi, avrei visto altrove almeno una trentina di volte.

A distanza di quasi mezzo secolo nessuno dei presenti può dimenticare l’urto emozionale di quella serata. Non si era mai né visto né ascoltato nulla di simile. C’era solo Dario Fo là in fondo, vestito del solito nero, col microfono al collo (ancora c’era il cavo di collegamento che usava come una sorta di frusta). Andò avanti per quasi tre ore in uno spettacolo ancora troppo lungo (che si sarebbe affinato col tempo), ma già intercalato dai suoi celebri e indimenticati “intermezzi”. Collegava con la cronaca politica (era l’Autunno caldo e già le prime bombe fasciste erano scoppiate) i momenti dedicati a Cielo d’Alcamo, a Lazzaro, alle Nozze di Cana, a Bonifacio VIII

Tutto il repertorio di “Mistero buffo” aprì agli spettatori ignari un nuovo mondo teatrale: semplice ed efficace. Dario Fo fu grandissimo e nella ricerca e nella costanza di attore (e mimo) e con la sua inimitabile maschera naturale (gli occhi, la bocca, il riso, le mani e le braccia…) fu capace di far ridere, pensare e commuovere l’universo mondo. Senza discussioni.
Il resto – le polemiche, gli errori, le sbagliate occasioni – sono nulla.