8 marzo. L’omaggio di Jsc alle donne

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Festa della Donna. Omaggio dalla redazione di Jsc

In occasione della Giornata internazionale della donna, “JSC15” propone, oltre alla galleria fotografica con ritratti di donne sui luoghi di lavoro in home page (tratti dal volume Tempi del lavoro. 110 anni di immagini e di storie nel territorio comasco), un piccolo estratto da C’era la guerra, di Rosaria Marchesi, edito da NodoLibri nel 1992 per la longeva collana “In prima persona”.
L’intervista è stata simbolicamente raccolta proprio l’8 marzo, nell’anno 1991.

Una studentessa chirurgo

Graziella Lupo, una delle prime donne italiane specializzatesi in chirurgia plastica, mi riceve nella sua casa, in un giorno di pioggia. Dalle ampie finestre del suo salone-soggiorno si vede una distesa di tetti che fa pensare ad alcuni quadri del pittore Eugenio Rossi. Graziella Lupo all’inizio della guerra frequentava la facoltà di medicina all’Università di Milano, ma il conflitto le riservò una serie di inimmaginabili sorprese. Figlia di un pastore valdese, fu compartecipe delle attività di suo padre e sua madre a favore degli ebrei in fuga, prima, e dei partigiani, poi.
Lei stessa visse una eccezionale esperienza a causa della guerra. Non potendo più seguire le lezioni universitarie (viaggiare era pericolosissimo e la vita degli atenei proseguiva a rilento), la giovane studentessa di medicina lavorò con il professor Pecco nel reparto di chirurgia dell’Ospedale Sant’Anna e per tre anni fu, di fatto, aiuto chirurgo.
Graziella Lupo ha molto da raccontare e nei suoi ricordi si intrecciano momenti tragici (come la paura dei bombardamenti o il suo sconcerto di fronte ai primi feriti che dovette soccorrere), con momenti sereni, tipici della vita quotidiana di qualsiasi giovane. Parlando con lei sono affiorati nella memoria anche piccoli episodi, che parevano dimenticati e che possono aiutare il lettore a calarsi nel clima di un’epoca che, per quanti non la vissero, sembra oggi lontana mille anni luce.

Il ricordo più vivo che lei ha della guerra…
Il tirare la cinghia… Si mangiava poco e ricordo i grandi sacrifici di mia madre per riuscire a procurare del cibo. Ricordo ancora il freddo, ma soprattutto la paura dei bombardamenti.

Dove abitava con la sua famiglia?
Mio padre era pastore valdese, abitavamo in via Tommaso Grossi al 17, dove il pastore ha abitato fino a poco tempo fa. Rivedo la casa e il primo ricordo che mi torna alla mente è proprio quello del procurare il cibo, un problema che gravava tutto sulle spalle di mia madre… Esisteva il mercato nero solo per la carne e mia mamma era costretta a fare lunghe file per acquistare qualcosa! Poteva anche capitare che la donnetta che le portava il latte arrivasse con una bottiglia dove non ce n’era neppure un bicchiere! Dire guerra è dire fame. Quando scoppiò il conflitto avevo poco meno di vent’anni, ero iscritta alla facoltà di medicina.

Il fatto di appartenere ad una famiglia di confessione valdese è stato in qualche modo discriminante?
Assolutamente no, anche se mio padre, per carità cristiana, ospitava chiunque ci chiedesse aiuto, prima gli ebrei, poi i partigiani. In quel periodo mio padre aveva problemi di salute e aveva chiesto che gli venisse mandato un aiutante. Da Torre Pellice fu inviato il professor Silvio Baridon, che diventò, in seguito, un comandante partigiano. Mio padre non era d’accordo sulla scelta del suo coadiutore, infatti papà era un sostenitore della non violenza, anzi è stato uno dei fondatori del Movimento internazionale per la non violenza ed il primo presidente italiano di esso.

Parliamo ancora dei suoi ricordi personali…
Ho fatto un riferimento alla fame, che oggi è difficile da immaginare per chi non l’abbia provata. Per questo ho capito i fenomeni di accaparramento ai quali abbiamo assistito durante la guerra del Golfo, era assurdo, ma spiegabile. A casa nostra eravamo in tre e c’erano tre scatolette per lo zucchero, una per uno; mentre si era stabilito che il poco caffè a disposizione fosse riservato tutto a papà, che doveva lavorare. Lo zucchero si usava con parsimonia e ricordo che ne adoperavo un cucchiaino tutte le mattine a colazione, ma la mia scatola era sempre allo stesso livello. Poi ho capito che mia mamma, di nascosto, si privava della sua razione e la aggiungeva alla mia!

Quando si iscrisse all’Università?
Ho sostenuto gli esami di maturità nel 1939 e nell’autunno sono entrata in Università.

C’erano problemi per la frequenza?
All’inizio no, direi per i primi tre anni, poi era diventato quasi impossibile e rischiosissimo viaggiare, perché mitragliavano i treni.

Quante donne c’erano alla facoltà di medicina?
Poche. Con loro e con i miei compagni ebbi contatti che poi, a causa delle difficoltà del momento, si fecero sempre più sporadici. Non solo, ma molti dei ragazzi dovettero partire per il fronte.

I compagni che partivano in guerra ne condividevano le motivazioni?
Partivano perché «chiamati», ma credo che ne avrebbero volentieri fatto a meno. Non per paura, ma piuttosto perché quella guerra non era sentita.

Fino a quando ha potuto seguire le lezioni?
Potei seguire regolarmente fino al terzo anno, ma dall’inizio del ’43 si viaggiava il meno possibile, perché era diventato estremamente pericoloso.

Allora cosa fece?
Dal ’43, fino alla fine della guerra, ho lavorato in ospedale, dove facevo da assistente al professor Pecco, in chirurgia generale. I medici, infatti, erano stati tutti richiamati. Pecco era rimasto con me e con qualche volonterosa crocerossina, come la Faruggia, Carla Luraghi, Marta Dall’Oglio (queste ultime sono ormai morte) e Giuseppina Gambara. Al Sant’Anna era dislocato anche l’ospedale militare, con un proprio cappellano e proprie crocerossine, che, però, erano di aiuto anche nel reparto civile. Io, studentessa, ricoprii per tre anni, in pratica, il ruolo di aiuto chirurgo. Dal punto di vista della manualità fu sicuramente un’esperienza eccezionale. Finita la guerra i medici tornarono dal fronte e io tornai ai miei libri. Mi mancavano dodici esami, riuscii a sostenerli tutti in un anno e a laurearmi.

Cosa ricorda di quell’esperienza ospedaliera?
Un giorno eravamo in sala operatoria e sentimmo mitragliare. Sulla Napoleona c’erano spesso mitragliamenti: causavano morti e feriti, che subito erano trasportati da noi. Quel giorno sul mio volto ci doveva essere una espressione strana ed il professor Pecco mi chiese se avessi paura. Io risposi di non aver paura, ma, piuttosto, di essere preoccupata. Le sale operatorie allora erano tutte in vetro, e noi eravamo lì, esposti… Il professore mi disse con grande calma e tranquillità: «Guarda che il nostro posto è qui. Qualunque cosa capiti non ci possiamo muovere!». Così, anche sotto i mitragliamenti abbiamo continuato ad operare. All’inizio, ero giovane, priva di esperienza, non nego che il vedere certe ferite devastanti mi creasse un senso di turbamento, poi però vincevo questa sensazione, come superavo la paura che mitragliassero le sale operatorie. Quando si è giovani si è anche un po’ incoscienti e questo, in alcuni casi, aiuta.

Cosa succedeva, nel frattempo, a Milano in Università?
Le frequenze erano ridottissime, ci si andava solo per gli esami. Ricordo particolarmente cosa accadde nel ’42, quando ad ottobre detti l’esame di biochimica. Venne bombardata l’Università, la cui sede era all’inizio del corso di Porta Romana, mentre le cliniche erano a Città Studi. Feci il mio esame in sede centrale, poi presi il tram per raggiungere Città Studi, dove ero ospite di amici dei miei genitori. Restavo da loro un paio di giorni alla settimana, per viaggiare un po’ meno. Nel pomeriggio, mentre tornavo da questi amici, mi accorsi che il cielo era pieno di aeroplani che volavano bassissimi, proprio sulle nostre teste. Si sentiva un terribile ronzio e ad un certo punto mi sono accorta che stavano sganciando bombe… Fu in quel momento che venne colpita l’Università, dalla quale ero appena uscita. Passammo quella notte svegli, nel rifugio. Il giorno dopo, non so come, riuscii ad arrivare alla Stazione Nord e a prendere un treno per Como. Dopo quell’esperienza i miei genitori non vollero più che andassi a Milano regolarmente.

Qualcuno dei suoi compagni è morto in guerra?
Sicuramente qualcuno è morto, ma non del gruppo dei compagni che conoscevo meglio, questi anzi hanno fatto tutti una brillante carriera e molti li ho rincontrati.

Anche le sue compagne hanno fatto carriera?
Nessuna di loro è diventata primario, ma molte hanno lavorato con soddisfazioni tutta la vita. Carriere importanti sono, invece, state fatte dai miei compagni, alcuni dei quali sono diventati docenti universitari. In quanto alla mia realizzazione professionale sono stata particolarmente fortunata, ma devo anche dire che fui molto appoggiata dal professor Pecco. Ci ripeteva che chi lo avesse aiutato durante la situazione di emergenza creata dalla guerra, a sua volta avrebbe avuto il suo aiuto. La promessa venne mantenuta. Dopo la guerra il professore mi disse di seguire i corsi di chirurgia plastica, aggiungendo che si sarebbe adoperato per farmi avere un reparto all’interno dell’ospedale. Se sono diventata primario lo devo anche a lui e alla disponibilità dell’amministrazione ospedaliera.

Cosa ricorda dell’attività di suo padre e del coinvolgimento in essa di tutta la sua famiglia?
Eravamo tutti coinvolti; il perno era papà, ma poi, come sempre succede, nelle cose pratiche sono le donne a rimboccarsi le maniche e tutte queste vicende sono state vissute a pieno da mia mamma, che provvedeva ad ospitare la gente che arrivava da noi. Ricordo che il nostro salotto era spesso per aria, con letti di fortuna. All’inizio passavano da casa nostra molti ebrei. A nostra volta eravamo in contatto con Ginevra Masciadri, una persona favolosa… Gli ebrei arrivavano da noi perché sapevano che c’era un pastore disposto ad aiutarli.

Quando ci furono i primi arrivi?
Verso la fine del ’41. Tutto è cominciato perché abbiamo aiutato degli amici, poi gli amici degli amici e il cerchio si è progressivamente allargato. In genere era gente che arrivava a Como da Milano. Sotto casa nostra avevamo una camera, quella della donna di servizio, che era momentaneamente vuota. In essa era possibile nascondere delle persone, passando attraverso una botola. C’era anche una uscita sul retro… Salvo circondando la casa, era impossibile risalire fino a noi, il che non toglie nulla alla pericolosità di quello che abbiamo fatto. Quando arrivava qualcuno in casa nostra, suonavamo un campanello e i clandestini avevano il tempo di nascondersi.

Oltre agli ebrei chi avete ospitato ed aiutato?
Dopo l’«invasione» degli ebrei arrivarono i partigiani.

Ma quanta gente è passata? E questa gente vi è stata poi riconoscente?
Sono passati in tanti, ma non saprei assolutamente quantificarli. Credo che, dopo, nessuno si sia ricordato di noi. Di qualcuno, però, abbiamo avuto notizie, abbiamo saputo che dopo molte peripezie si salvarono i parenti di Paola Denari, che era stata compagna di scuola di mia madre ed era nipote di Cesare Battisti.

Come avveniva il passaggio in Svizzera?
I clandestini arrivavano da noi, papà li accoglieva e mamma li alloggiava. Se erano solo un paio venivano sistemati sotto, nella stanzetta, altrimenti anche in casa. Si fermavano solo una notte. Mio padre si rivolgeva subito a Ginevra Masciadri, che teneva i contatti con chi si incaricava dei passaggi.

Quanto costava un «passaggio»?
Non ne ho idea; mio padre, ovviamente, non voleva nulla. Ginevra Masciadri trovava i «passatori» che, probabilmente, erano pagati, ma si trattava di persone di fiducia, che portavano scrupolosamente a buon fine il loro lavoro. E ammirevole il coraggio dimostrato da questa donna, che fu anche arrestata. Era figlia di un vecchio socialista e ancora agli albori del fascismo aveva avuto la casa bruciata, per rappresaglia, perché i suoi familiari avevano partecipato al funerale di Matteotti.

Parliamo del periodo in cui ospitavate i partigiani…
Fu ancora più interessante. I partigiani erano nostri amici, da noi sono transitati un po’ tutti, compresi i capi. Uno di questi era Guido Rollier, fratello del professor Mario Rollier, cattedratico di fisica nucleare presso l’Università di Pavia. Aspettavano, in molti, di espatriare, ma dopo l’8 settembre del ’43 tutto era diventato più difficile e il nostro rischio era fortemente aumentato.

Suo padre era schedato?
Non credo. Forse era sorvegliato, ma in modo non pressante. Fu poi arrestato, un paio di mesi prima della fine. Venne preso perché il suo aiutante, Baridon, che oltre ad essere un pastore era un capo partigiano, fu fermato. Mio padre non condivideva la sua scelta armata. Mia madre, invece, era una «passionaria», sicché, senza che mio padre lo immaginasse, aveva nascosto nelle cassette di sabbia anti bombardamento (che non servivano a un bel nulla!) molte armi dei partigiani. Mio padre era contro le armi, ma con la parola non si faceva scrupolo di denunciare quanto vedeva di ingiusto; solo, aveva una grande abilità, per cui non era facile coglierlo in fallo, anche quando parlava contro il regime.

Che rapporti aveva, suo padre, con i sacerdoti cattolici?
Aveva rapporti ottimi ed era legato da una profonda amicizia a don Brusadelli, passavano parecchio tempo insieme. Don Brusadelli veniva spesso a casa nostra e con mio padre cercava di aiutare i fuggiaschi. Quando mio padre morì, nel 1966, don Brusadelli gli dedicò un toccante articolo sul giornale che dirigeva, «L’Ordine».

Come avete vissuto la vicenda dell’arresto?
Dopo aver catturato Baridon arrivarono anche da noi. Fui io ad accompagnare mio padre alla Casa del Fascio, dalla quale venne trasferito a Milano. Mio padre fu arrestato con Mario Martinelli. A Milano venne internato nel 5° raggio di San Vittore e mia madre passava le giornate davanti al carcere, sperando di avere sue notizie, ma, salvo forse fargli arrivare qualcosa, non riuscì mai ad ottenere informazioni. Eravamo angosciate per l’arresto, anche perché mio padre era ammalato, era affetto da siringomielia, malattia del sistema nervoso della quale è morto, che lo rendeva particolarmente delicato; un colpo sulla schiena (e allora non li lesinavano!) poteva causargli la morte. Venne interrogato dal famigerato Saletta. Lo avevano rasato a zero e dietro Saletta c’erano due tizi corpulenti, certo dei picchiatori. Mio padre raccontava che il suo interrogatorio si era svolto in maniera imprevedibile: Saletta portò il discorso su questioni religiose e mio padre, ottimo oratore, nonché studioso di queste problematiche, ebbe la meglio; straordinariamente non gli chiesero nulla della sua eventuale attività partigiana, non solo, ma si scusarono di avergli tagliato la folta chioma. In seguito venne liberato. Subito dopo il 25 aprile ed il conseguente «ribaltone», mio padre incontrò Saletta per strada, mentre scappava. Si riconobbero e mio papà gli strinse la mano. Saletta ne fu piacevolmente meravigliato, gli chiese se fosse disposto a testimoniare che, a lui, non aveva fatto del male e mio padre accettò. Quando però venne celebrato il processo, terminato con la condanna a morte, mio padre non fu chiamato.

C’è un ricordo particolarmente piacevole di quegli anni?
I momenti più piacevoli sono stati i Natali di guerra, perché quando non si ha nulla si sviluppa la fantasia; si costruiva tutto con le proprie mani e si facevano di quei lavori! C’erano con noi amici sfollati, che abitavano nell’appartamento di mia nonna, sotto il nostro. La nonna era stata mandata in campagna e noi abitavamo con questi amici divertentissimi. Tutti conserviamo il ricordo di quei Natali. Questi amici avevano fabbricato, addirittura, le candeline per l’albero e tutti gli addobbi di carta. Poi c’erano i pranzi, con le torte che oggi paiono cucinate con ingredienti quasi immangiabili, ma che allora sembravano ed erano buonissime. Erano confezionate con melassa, fichi, farina nera. Ciascuna aveva un suo segreto. Mia madre faceva la maionese di guerra. Possiedo ancora la ricetta: un rosso di uovo, farina, acqua…

E il momento peggiore?
Erano momenti terribili quando i bombardieri sorvolavano la città. Si stava col fiato sospeso perché fino all’ultimo non si poteva mai sapere se avrebbero bombardato o no. Quando bombardarono Torino, da qui si videro i bagliori degli incendi e per noi fu un’angoscia, perché là c’erano i nostri nonni, che per fortuna si erano messi in salvo. Era terribile quando si sentiva la sirena dell’allarme, fu un tormento fino all’ultimo, perché al termine della guerra a Como si concentrarono i fascisti in fuga e c’era il pericolo che bombardassero per colpire loro. Per fortuna, alla fine, sono arrivati gli americani, la 5a Armata, e l’incubo si è dissolto.

Qualche curiosità?
Ce ne sono parecchie. Ad un certo punto venne tolto il gas e l’acqua era erogata solo ad ore. Mia madre allora adottò una soluzione di fortuna: costruì sulla cucina a gas una cucina di mattoni, come quelle che si usano in montagna. Usavamo anche il vecchio sistema delle cassette di cottura. Si trattava di cassette di compensato, imbottite di segatura, nelle quali si metteva la pentola della minestra dopo averla portata ad ebollizione; la si lasciava per qualche ora, coprendo la cassetta con un cuscino: così la minestra terminava la sua cottura in modo ultra economico. A proposito dell’acqua razionata, per tre o quattro volte allagammo l’appartamento di sotto. Mio padre toccava i rubinetti quando l’acqua non c’era e poi si dimenticava di chiuderli… Ricordo anche l’avventura di un ragazzo di circa quindici anni, figlio di amici nostri. Era scappato di casa per arruolarsi nella X Mas. Seguì il Duce fino a Dongo e là qualcuno si rese conto che era poco più di un bambino, gli dette un abito civile e lo fece scappare. Arrivò a casa nostra distrutto e scioccato: aveva camminato da Dongo a Como. In seguito, mio padre lo convinse a costituirsi. Si presentò, ma dopo un’ora lo vedemmo ricomparire: lo avevano rimandato a casa perché c’era troppa gente, doveva ritornare due giorni dopo. Venne quindi mandato al campo di Coltano, dove subì un processo, ma fu subito liberato. Oggi conduce una felice esistenza e questo è solo un brutto ricordo.