Storie verso Natale_08_Giro virtuoso

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“Giro virtuoso”: ottava storiella di Natale

Arrivato il pacco fu messo sotto l’albero luccicante luminoso esagerato ricco. Il pacco – ovvero pacchetto – fu sommerso in breve da pacchi e pacconi di maggior volume e certamente migliore qualità. Contenitori e – s’immaginava – contenuti brillavano di luce propria.
Il pacchetto non fu notato e rischiò di finire tra gli avanzi dell’opulenza natalizia. Fu infine messo da parte. Neanche aperto. A disposizione. Non si sa mai.

Questo succedeva tempo fa. Un anno o due forse tre.
Tuttavia il pacchetto anonimo, ignoto come il milite, fu collocato sull’altare delle cose non proprio utili. Magazzino delle depressioni natalizie; deposito delle cattive intenzioni regalizie.
Era un regalo ovviamente, ma tale non era stato considerato e non aveva raggiunto il ruolo del dono. Era un soldatello mandato nella trincea degli scambi superflui e al massacro. Ma non morì.
Dimenticato per una decina di mesi fu riesumato. Cadaverino spolverato in tutta fretta e riportato in quasi vita e ad altro uso. Sempre nel settore regali.
Finì, essendo riciclato, in una casa di livello inferiore sotto un alberello meno luminoso del precedente è certo meno pretenzioso. Sincero come possono essere gli alberelli delle case normali: intermittente quanto basta e con musichetta elettronica random. Ripetitiva, ma non triste.
Finì sotto e poi sotto e ancora sotto ad altri pacchi e voluminosi sacchi contenenti peluche e bizzarrie neonatali. Una nuova nascita in casa si poteva notare dai colori dei cartocci, dai volumi, dai suoni che riempivano l’ambiente.
Il pacchetto non fu neanche notato dal fanciullino appena nato.
Neppure i genitori ci fecero caso è lo lasciarono lì tra le cose di cui si conosce l’esistenza senza stabilirne il valore.
Era dunque un destino segnato e scritto che quel pacchetto vergine, intoccato, inguardato e disprezzato finisse di anno in anno nel dimenticatoio familiare e il cui valore si deprezzasse senza interesse alcuno dei proprietari occasionali.
Non si seppe mai quanti natali ebbe a passare sotto alberi più o meno ricchi e in case di varia natura e composizione. Càpita ai pacchi come alle persone che – per ragioni incomprensibili – partecipano alla vita del mondo senza mai riuscire a farne parte.

Non era davvero un brutto pacchetto e, nonostante l’età e le traversie, mostrava ancora qualche vaga bellezza esteriore. La carta lucente abbastanza conservata, non proprio sgualcita, gli angoli dritti, spigolosi. Solo leggermente ammaccati qua e là. Anche il fiocco aveva retto all’esposizione annuale sotto gli alberi e alla tristezza del deposito.
Se il pacco avesse avuto un qualche sentimento si sarebbe sentito triste e – in fin dei conti – con buona ragione.
Più che sballottato si sarebbe sentito depositato: reperto in attesa di esame. Ma non sarebbe andata così.
Difatti, quell’ultimo anno di vita lo colse di sorpresa. S’era abituato ad essere presenza inutile finché nella foga di quell’ultimo Natale in quella casa nuova, tra gente disordinata e frettolosa, non terminò – il pacchetto anonimo e indesiderato – tra i rifiuti.
Tra carte colorate, costose e poco apprezzate; tra fiocchi esagerati e nastri taglienti come lame fu gettato anche il pacchetto e il suo contenuto ignoto. Si sarebbe perso tra l’indifferenziata e l’umido se la mano congelata di un poveraccio senza fissa dimora non l’avesse scorto, reperto integro, tra tante inutili e baluginanti schifezze ovviamente immangiabili.
Cercava un pasto o almeno uno spuntino il poveraccio e nel pacchetto, con occhio attrezzato a radar, aveva scorto una possibilità. Scartò, aprì, gettò l’inutile separandolo dall’utile e trovò dentro quel che cercava. Cibo. Non sapeva bene che cosa, ma l’etichetta in lingua sconosciuta e disegni vari di pesci saltanti sull’acqua liberarono immediatamente la sua fantasia.
Si trovò un posto adatto e aprì il vasetto. Il contenuto, a pallini neri, non aveva un cattivo odore. Non aveva odore. Dunque era mangiabile.
Versò il contenuto in bocca e sentì che la fame lo lasciava libero. Almeno fino al prossimo ritrovamento.

Non ci volle molto perché la sazietà si trasformasse in dolore, lancinante, al ventre. Il poveruomo si piegò in due e per poco non ci rimise le poche ossa di cui ancora disponeva. Fu notato dall’umana compassione di un passante e portato – a sirene spiegate – nel più vicino ospedale.
Una lavanda gastrica lo liberò dai dolori e dal cibo e dalla voglia di andare a cercare sopravvivenza nei bidoni della raccolta differenziata.
I medici sentenziarono per iscritto: “Avvelenamento da cibo avariato” e precisarono “caviale vecchio di almeno cinque anni e da tempo scaduto”.
Poi commentarono: – Chissà dove l’avrà preso; chissà chi glielo avrà dato …
Mai avrebbero immaginato del giro e rigiro di un pacchetto dimenticato e gettato casa dopo casa, Natale dopo Natale. Era un dono costoso, ricco, straniero, in guardato e finito male. Come un regalo qualunque.

 

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07_La scorta

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09_Uno sparo nel buio

 

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