Storie verso Natale_06_Vero Falso

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Storiella natalizia numero sei: “Vero Falso”

La giornata di lavoro è finita. Finalmente. Faticosa come sempre. Un sorriso, un buffetto, una caramella, una carezza. Per mille e mille volte. Per mille bambini.
È il suo lavoro temporaneo da un paio d’anni: esodato con necessità di reinserimento immediato nel mondo del lavoro. Mondo? Lavoro?
Che mondo è quello di Babbo Natale? Un mondo reale dove un uomo ancora in forza sta otto ore – e qualcuna di straordinario – fuori da un supermercato a illudere i bambini? La sua presenza è verità o finzione?
E poi: che lavoro è?
Una divisa ridicola: rossa bordata di bianco. Un cappello, una cuffia uno sgorbio col pompon sempre di traverso. Gli occhiali finti sul naso a palla (finto pure). Solo la pancia abbastanza vera.
L’aveva chiamato l’agenzia: – Un lavoro come un altro, – avevano detto.
Ma il punto era: i bambini ci credevano. S’illudevano che quella rappresentazione di un personaggio inesistente fosse vera, reale, concreta, toccabile, baciabile. Che l’immaginazione di un anno si stesse concretizzando in una carezza di un attimo. Gli lasciavano biglietti, letterine, appunti scarabocchiati con improbabili richieste di regali che non sarebbero mai arrivati con esattezza a destinazione.
Colpa degli gnomi illetterati, incapaci di leggere, di eseguire un ordine; colpa delle renne sbadate, troppo veloci che perdevano le cose. Colpa di Babbo Natale che sbagliava indirizzo e – magari – aveva portato il regalo a qualche altro bambino…

– Ricordati, hai capito? – dicevano i bimbi a Babbo Natale mentre gli consegnavano la supplica. E il pover’uomo quasi piangeva sapendo che si trattava di una finzione. Ma lo faceva per lavoro.
Non era vita, quella.
Che dire: Guarda che io non sono quello che pensi, che Babbo Natale non esiste che che che…

Era troppo stanco, quella sera, per cambiarsi; per togliere il costume e tornare alla realtà visibile con un abbigliamento consono al viaggio in metropolitana. Tutto bardato come se s’avviasse alle consegne natalizie ficcò le mani nella profondità delle tasche, fino a raggiungere i pantaloni, quelli veri, da uomo reale.
Trovò il biglietto della Metro. Passò (con qualche fatica perché la pancia era voluminosa) il tornello e scese verso i treni.
Sapeva di essere osservato e che qualche sorriso di adulto non era neanche benevolo. Tuttavia, si sentiva circondato da una vaga aurea di compassionevole simpatia. Non c’erano bambini a quell’ora, meno male.
Arrivò il convoglio e Babbo Natale s’infilo veloce facendo finta di niente. Come se il suo annullarsi potesse – in qualche modo – aiutare a nascondere la sua ingombrante e fuori luogo esistenza. S’attaccò al palo di sicurezza.

Mentre guardava fuori dal finestrino, nel buio scarabocchiato della galleria sotterranea, sentì una voce; una vocina alle sue spalle:
– Vuoi sederti?
Si girò di scatto sentendosi riconosciuto, catturato come un malfattore. Si sentì in trappola.
– Vuoi sederti? – ripeté la vocina che corrispondeva a un bimbo di sei sette anni, anche meno.
Babbo Natale non sapeva che cosa rispondere, ma già il bimbo s’era alzato lasciando il posto. Vicino a quello della madre. La donna non disse nulla. Solo un sorriso la illuminava.
– Grazie – rispose Babbo Natale faticando a prendere posto.
Il bimbo rise. Alludeva alla mole dunque alla pancia. La madre – magrina – gli fece spazio. Gli altri passeggeri sorrisero. Sembrava una cartolina di Natale, pensò Babbo Natale sentendosi finalmente quasi reale.
– Ti ho visto oggi – disse il bimbo.
– Ah… – fu tutta la risposta di Babbo Natale che già temeva il peggio.
– Stai andando a casa? – insistette.
Pausa. Babbo Natale si guardò in giro. Tutti sorridevano. La madre magrina manteneva una espressione sospesa. Serena.
– Mmm… sì… – era vero. Non stava mentendo.
– Hai ancora molto da fare?
– Moltissimo – rispose sicuro e con l’intento di tagliare netto il discorso.
– Fai tutto da solo? – chiese il bimbo.
Con un occhio alla piantina del percorso – ma quando arriva la fermata – e un altro perduto nella nebbia della sua mente, Babbo Natale cercò una risposta decente: – A volte sì a volte no -.
Una risposta cretina, pensò.
– Ti ho dato una letterina, oggi. Ti ricordi?
Mentì senza vergogna:
– Certo, certo. Come potrei.
– Sono stato buono tutto l’anno, – e intanto guardò la madre, immobile. Poi precisò: – O quasi.
– Immagino. Anzi ne sono certo – lo confortò Babbo Natale che faticosamente cercava di alzarsi.
– Sei arrivato? – chiese il bimbo certamente deluso. Immaginava forse che Babbo Natale sarebbe sceso alla fermata di Chissadove o giù di lì.
– Non proprio. Sai noi Ba… – si corresse subito – …io ho molto da fare, da controllare e preferisco scendere qui, stasera.
Il bimbo strinse le labbra e annuì. Capiva che Babbo Natale poteva avere molti impegni.
– Non dimenticarti di me – gli gridò dietro mentre Babbo Natale usciva in fretta a porte neanche aperte del tutto e mentre tutti i viaggiatori gli facevano ciao ciao con la manina, senza farsi troppo notare.
– E come potrei – gli rispose Babbo Natale che nella fretta quasi perse la cuffia. Non l’avrebbe mai dimenticato.
– Non è andata poi male – pensò a mezza voce – per essere un esodato ho ancora un presente.
E quella sera tornò a casa più felice.

 

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